Agire o Re-agire? Quella finestra di 10 secondi che cambia le nostre relazioni
- Yana K Duskova Madonno
- 18 mag
- Tempo di lettura: 4 min

Ti è mai capitato, durante un litigio, di "vomitare" addosso a qualcuno una serie di insulti, critiche o giudizi taglienti? In quel momento, l'impeto è talmente forte che la reazione sembra l'unica via possibile. Eppure, quasi mai quelle parole rappresentano ciò che pensiamo davvero.
E la stessa cosa può avvenire al contrario, decidi di parlare con una persona per chiarire alcuni punti della vostra relazione e prima che te ne accorgi ti trovi a sentirti non capita/o se non addirittura a doverti difendere da giudizi e accuse. Eppure tu eri partita/o per chiarire, per fare pace o con l’intento di migliorare qualcosa che sembrava ostacolare la vostra relazione e in un attimo crolla tutto.
In quei frangenti ci comportiamo esattamente come un cane a cui viene involontariamente pestata una zampa malata: ringhiamo e mordiamo non perché siamo "cattivi", ma come reazione automatica e istintiva per difenderci da un dolore e farlo cessare. Ma mentre gli animali rispondono agli stimoli in modo puramente biologico, noi esseri umani abbiamo un superpotere: lo spazio di scelta, lo “scegliere di fare con quello che ci capita”.
La Finestra dei 10 Secondi
Le neuroscienze ci insegnano che ogni stimolo esterno viene elaborato dal nostro archivio personale (fatto di educazione, esperienze e genetica) circa un secondo prima di tradursi in azione. Subito dopo, arriva l'emozione: un'onda neurochimica che si espande nel sistema nervoso e che si esaurisce naturalmente in circa 10-12 secondi.
È esattamente in questa manciata di secondi che si gioca la nostra partita più grande. Tra l'arrivo dell'onda emotiva e la reazione impulsiva esiste una piccola finestra temporale. Più diventiamo consapevoli di ciò che accade dentro di noi, più quella finestra si allarga, dandoci la facoltà di scegliere: vogliamo agire o re-agire?
Re-agire significa essere succubi di schemi automatici dati dall'abitudine, rispondendo ciecamente a uno stimolo esterno.
Agire significa fare spazio, fermarsi, respirare e scegliere consapevolmente una risposta che parta da un ascolto profondo.
Prendersi questo tempo non significa affatto reprimere la propria spontaneità o fingere: significa semplicemente non lasciare il comando della nostra vita a automatismi dettati dalla paura o dal dolore di rivivere turbamenti già accaduti in passato. Ma per farlo occorre fare esperienza e allenarsi con l'EMPATIA.
Cosa significa (davvero) essere Empatici?
Quando si parla di Comunicazione Non Violenta, la risorsa più grande risiede nell'empatia. Spesso la confondiamo con la capacità di "mettersi nei panni degli altri", ma non è proprio questo che purtroppo è un obiettivo pretenzioso e biologicamente impossibile: noi non siamo l'altro, e ciò che noi proviamo appartiene esclusivamente alla nostra storia personale, e ciò che l’altro prova appartiene alla sua storia personale.
La vera empatia non richiede di indovinare la mente altrui, e soprattutto non significa dare buoni consigli o cercare a tutti i costi di "aggiustare" le cose per far passare il dolore.
La vera empatia è stare con quello che accade in quel momento, i miei sentimenti, i miei bisogni, cosa si muove dentro di me; il tutto senza giudicarsi o re-agire a quegli istinti di difesa-attacco che si attivano inconsapevolmente.
La vera empatia rivolta verso l’altro inoltre ci chiede di stare con quello che sta vivendo anche qui senza giudizio o reazione, è un gentile “sto con quello che accade perché mi fido della nostra relazione”.
"Vogliamo agire spinti dal desiderio di contribuire alla vita anziché spinti dalla paura, dalla vergogna, dalla colpa o dal senso del dovere."
— Marshall B. Rosenberg
Che sia verso noi stessi o verso gli altri, essere empatici significa esserci. Significa svuotare la mente dai propri giudizi, spegnere l'ansia di dover intervenire e semplicemente stare con la persona in quel momento, offrendo una comprensione rispettosa e uno spazio sicuro in cui ci si possa sentire visti, ascoltati e accolti per quello che si è.
Sono d’accordo, all’inizio non è così facile, è quello che mi dicono anche i partecipanti del per-corso “le parole che uniscono” di Rovereto… Quando li guardo partecipare nei loro occhi vedo un misto di curiosità, meraviglia e subito dopo un po’ lo sconforto di chi teme di non potercela fare.
Ma la parte difficile, ve lo assicuro, è solo riconoscere quanto quella “violenza sottile” è subdolamente infiltrata nel nostro modo di interagire con gli altri e vi assicuro che una volta vista e ascoltata, cambiano un sacco di cose e si creano ponti invece che muri.
Esplorare un nuovo modo di comunicare con se stessi è un dovere verso la propria felicità e armonia, è un passo per vivere meglio le relazioni con le persone a cui vuoi bene. Non essere consapevoli di cosa muove le nostre parole in una discussione significa essere dominati da tutte quelle cose accadute in passato per cui proviamo ancora rabbia e dolore e di cui non siamo consapevoli: ti da la falsa sensazione di essere libera/o o nel potere, ma quando tieni a una persona il prezzo da pagare per dimostrare solo di avere ragione potrebbe essere la relazione stessa.
E se ti dicessero che il prezzo da pagare per dimostrare di “avere ragione” fosse la relazione stessa? Agiresti allo stesso modo? Se la tua risposta è sì allora probabilmente quella relazione al momento per te non è così importante… se la risposta è no allora è il momento di cambiare qualcosa e prenderti cura della tua relazione.
Perchè, come dice la dottoressa Monique Charbonnier: "Di relazione ci si ammala... ma di relazione ci si cura".
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