Spiritualità: come si trova? E' davvero utile nella vita?
- Yana K Duskova Madonno
- 31 mar
- Tempo di lettura: 7 min
Spiritualità, ma di cosa stiamo parlando esattamente?

Sono recentemente tornata da un viaggio in posti che per tradizione e storia sono notoriamente associati ad un alto tasso di “spiritualità”, tant’è vero che non sono mancati i messaggi tipo “che posti bellissimi! E che bella energia che ci deve essere!” o “quello sì che è un posto ricco di spiritualità!”…
E così, viaggiando di tempio in tempio, osservando la meticolosità di pratiche religiose e di presenza nella spiritualità della gente per strada, mi sono sorpresa a riflettere su cosa fosse in effetti la spiritualità… Se ne parla tantissimo ultimamente, non trovi? Se ne parla come qualcosa di importante, che non può mancare un po’ come l’olio in dispensa, ma se poi vai a fare domande precise la risposta è sempre quella: poche idee e confuse.
Allora intanto ti chiedo: Che cos’è per te, la spiritualità?
E poi, come ogni volta, vado a curiosare su etimo.it e sui significati attribuiti alle parole per vedere da dove si parte, qual è il significato “generale” legato alla parola, o meglio come mai il suono di quella parola è stato associato ad un concetto.
Etimo ci narra di “Soffio, che è leggero e invisibile, sostanza incorporea come l’Anima; senso intimo di un discorso di una legge o simili” (…) mentre la Treccani parla di: Che è immateriale, esente da materialità, che appartiene alla sfera dello spirito o Proprio dello spirito, inteso come complesso e centro della vita psichica, intellettuale e affettiva dell’uomo o anche, Proprio della sfera religiosa, mistica e ascetica (in contrapp., soprattutto nella concezione cristiana, a mondano, terreno, profano, temporale).
In Indonesia ci sono molte regioni con tradizioni religiose diverse tra loro e nonostante tutto, assolutamente in grado di coesistere senza il bisogno di prevaricare l’una sull’altra: questo, nei tempi che corrono e con le informazioni confuse che ci arrivano, mi ha fatto molto riflettere. Per carità, anche lì in passato ci sono state diatribe religiose con interventi più o meno aggressivi che hanno portato a plasmare il patrimonio culturale e il modo di vedere la spiritualità (un po’ come da noi il cristianesimo che è arrivato a imporsi su tradizioni ben più antiche, a questo riguardo cito sempre in maniera un po’ provocatoria una frase del web “Le nostre radici sono cristiane perché ad un certo punto, se provavi a professare altro ti bruciavano sul rogo”); tant’è che una guida un giorno ci ha proprio raccontato che prima che arrivasse la religione islamica, e a seguire quella indù e la filosofia del buddismo, in Indonesia si adoravano divinità per ogni cosa, dagli elementi, agli animali alle condizioni atmosferiche, ecc… tradizione che ad oggi si è quasi completamente persa in favore delle altre.
Non ho mai creduto che la spiritualità centrasse in qualche modo con qualsivoglia tipo di religione o filosofia, mai.
Vedo le religioni e le filosofie più come un modo per andare alla ricerca di Dio (o Tao o universo o energia dell’Infinito, chiamatelo come preferite), per favorirne la percezione, per cercare un collegamento che ci permetta di portarlo nella nostra vita, per non sentirsi soli, per avere un significato della nostra vita o poter sentire quel contatto con qualcosa non chiaramente percepibile in questa dimensione terrena.
Tipo un “non so cosa sia, sento che c’è qualcosa di immateriale a cui sono connesso, non me lo so spiegare, allora cerco un modo per sentirlo di più.”
Sono un modo molto umano e materiale per tentare di stabilire delle modalità o regole che possano trasportare più facilmente l’immateriale nel materiale di tutti i giorni e in qualche altro strano caso, il goffo tentativo di garantirci un salto di qualità nella prossima dimensione di quando abbandoneremo il corpo, settandoci su regole e dogmi che di divino hanno ben poco.
Regole come “non rubare, non uccidere o fare male” si potrebbero enumerare semplicemente sotto “buon senso” senza dover per forza dire che “è giusto perché qualcuno di più grande di noi l’ha detto”.
Le religioni sono “modelli” che in quanto tali hanno loro aspettative-regole-risultati, ma per quanto in qualche modo possano rappresentare la “mappa”, a tutti gli effetti non sono il territorio o l’oggettività dello stato; ognuno di noi segue il suo personale modo di dare un posto a ciò che di “immateriale” sente presente nella sua vita, e se questo corrisponderà ad uno schema piuttosto che un altro, sarà dovuto al sistema di credenze famigliari, costumi tradizionali o personali percezioni.
Che la religione non sia un vero e valido collegamento alla spiritualità dal mio punto di vista lo vediamo in 2 cose in particolare: 1)nel fatto che quasi mai ci è dato scegliere: normalmente ci si avvicina/abbraccia la religione di famiglia, e spesso con limitata convinzione… (portando inevitabilmente al fatto che si rimane freddi, poco convinti e si tende a dare meno importanza). A questo riguardo vi consiglio di leggere il libro di Pif “Che Dio perdona a tutti” che a riguardo racconta una storia bellissima e pratica sul posto della religione nella vita di tutti i giorni, con il suo meraviglioso e divertente modo di narrare le cose.
2) nel fatto che solo in pochissime religioni negli alti ordini delle gerarchie (e già il fatto che ci sia un ordine gerarchico mi fa sempre pensare) ci sia spazio per le donne, quando, se non peggio, le donne non vengono considerate come impure, fuorvianti, e distrazioni ecc…
Come è possibile che “una creatura perfetta come Dio, Universo, Tao, ecc” abbia stabilito gerarchie che escludono la metà del creato? Ma come può esservi venuto in mente? Dove abbiamo sbattuto forte la testa per arrivare ancora oggi a non vedere questo?
Tornando all’Indonesia e Bali, è incredibilmente facile in quei luoghi essere inclini a sentire la spiritualità (quel senso intimo di connessione con l’immateriale), non solo perché sono posti energeticamente predisposti, ma perché la gentilezza e la semplicità che li pervadono ti permettono di spogliarti momentaneamente dai tuoi bisogni non ascoltati, dalle tue maschere ed esigenze, dal bisogno di essere qualcuno e di agire secondo schemi inconsci, per lasciarti sufficiente spazio solo per “fermarti ed ascoltare”. Non hai bisogno di difenderti pur essendo tutto completamente diverso da quella che tu reputi essere una “zona di confort”: i rumori, il cibo, le usanze, le strade, tutto.
Puoi fermarti e trovare uno spazio di connessione con quella parte di te che è costantemente in relazione con il mondo sottile e immateriale, quello che ti collega profondamente con ogni creatura o luogo, quella rete sottile di appartenenza che ti fa sentire che non sei solo/a che appartieni già a un sistema che non ti chiede di fare nulla di più di quello per cui sei venuto al mondo. Una presenza discreta e forte, un senso di connessione a qualcosa di più grande che senza tante pretese ti fa sentire al posto giusto nel momento giusto.
Questa, per me, è la spiritualità.
E allora a quel punto, non avrò più bisogno di andarla a cercare nei posti più sperduti nel mondo, in qualche tempio su una montagna, in una chiesetta sperduta su un punto strategico o in qualche altro luogo energeticamente predisposto, ripeto: quelli possono essere luoghi che possono favorire questa “percezione” ma non è perché solo lì si trovi Dio, ma perché lì si crea uno spazio che ti permette di ascoltare che quella connessione è già presente dentro di te, basta solo accedervi.
E’ possibile facilitare l’accesso a questa percezione attraverso pratiche e ritualità, questo è l’antico modo per ingannare la mente, per darle uno schema di accesso che la tenga impegnata e non ostacolante, per staccarla in modo che non intervenga a distrarci da quello che stiamo facendo; d’altronde siamo tutti un po’ succubi di schemi e protocolli da seguire per essere sicuri di fare bene, ma d’altra parte ripetere un gesto rituale carico di significato simbolico che si è sviluppato nei millenni attraverso le culture più disparate (come l’utilizzo di acqua o fuoco per un processo di “pulizia”, o l’atto di fare piccole offerte per ingraziare o allontanare tipi di energia) permette a tutti gli effetti di sintonizzarci sulla frequenza più idonea che ci permetterà di “sentire” e di “alimentare” quel campo o forma pensiero a cui ci dedichiamo.
Ecco perché praticare una propria ritualità di connessione giornaliera può favorire il collegamento con la propria spiritualità e non per forza devono essere pratiche lunghe e laboriose… accendere un incenso, portare ogni giorno un fiore in un posto a noi sacro, un esercizio del corpo, un mantra recitato con presenza, lo spazzare il marciapiede di casa per onorare il proprio tempio… non è il cosa, è il come lo si fa.
Laddove portiamo la nostra attenzione, alimentiamo quel pensiero e lo rendiamo più “forte”.
Io, ad esempio, ho dedicato un piccolo spazio della mia casa a questa ritualità, sopra al caminetto c’è una mensola che ospita oggetti simbolici a cui una volta al giorno porto la mia rispettosa attenzione vestita di gratitudine accendendo un incenso o una candela o portando un fiore. Su questa mensola ho messo conchiglie per le energie marine, pietre per le energie di terra, coccinelle di vetro per l’abbondanza e le amicizie, un sacco di cuori per l’amore in generale, una bottiglia di vino per il rispetto che provo nella storia della trasformazione dell’uva, e via così.
Di ritorno da questo viaggio mi sono posta molte domande, come ogni volta che torno da un viaggio, tutta la mia vita si ridimensiona, cambiando prospettiva, le cose che mi sembrano insormontabili appaiono diverse, tutto quel correre per fare cose, per essere, per avere cambia di sfumatura e si riduce a un “siamo una piccola e meravigliosa parte di qualcosa di più grande”, e pensando a cosa mi sarebbe piaciuto condividere con i miei lettori ho pensato alla gentilezza e ai sorrisi che ho ricevuto e ho potuto dare senza sembrare di essere “strana”.
Il mio regalo per te...
Così ve lo condivido qui: vi invito a chiudere gli occhi per un istante e di fare un sorriso sincero, gentile che non pretende niente, di quelli che non sprizzano gioia, ma sono puri e autentici. E se vi sentite coraggiosi vi invito a condividerlo con qualcuno che oggi incontrerete, fosse anche solo per caso.
Attenti però: ci vuole coraggio… potrebbe non essere compreso o corrisposto… oppure, sorprendendovi, potreste avere il potere di modificare per un piccolo istante, la vita di qualcuno in maniera gentile e positiva, e allora sì, avrete compiuto un piccolo, gentile e meraviglioso… miracolo. Non serve essere santi o profeti per fare miracoli, ognuno di noi ha il potere di fare cose belle, il mondo non si cambia solo dall’alto… Ogni gesto, per quanto grande e plateale non serve a nulla se non c’è un terreno fertile ad accoglierlo… siate il terreno…
Terima kasih (Grazie, in Indonesiano)
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